
Il linguaggio che usiamo ogni giorno può creare distanza oppure costruire fiducia, collaborazione e senso di appartenenza.
Immagina queste scene:
1) Durante una riunione una collega propone una soluzione e qualcuno commenta: «Per essere così giovane, hai le idee molto chiare!».
2) Oppure, dopo una presentazione, qualcuno commenta: «Brava, sei stata molto chiara. Non me lo aspettavo!».
3) O ancora: una collega rientra dalla maternità e si sente dire: «Immagino che adesso non vorrai più occuparti di progetti così impegnativi».
Magari sono frasi pronunciate senza cattive intenzioni, perfino con l’idea di fare un complimento. Ma che effetto fanno a chi le riceve?
Le parole non servono soltanto a trasmettere informazioni. Comunicano anche quello che pensiamo degli altri, le aspettative che abbiamo e lo spazio che siamo disposti a lasciare loro.
E tutto questo, nel lavoro di squadra, conta parecchio.
Le parole costruiscono il clima di lavoro
Una battuta alla macchinetta del caffè, un commento in riunione, un feedback dato di fretta. Sono piccoli episodi che, ripetuti nel tempo, contribuiscono a costruire il clima lavorativo.
Il nostro cervello utilizza continuamente scorciatoie mentali per interpretare la realtà. Sono i cosiddetti bias, che ci aiutano a orientarci velocemente ma possono anche portarci a formulare giudizi automatici.
A questi si aggiungono gli stereotipi, quelle idee generalizzate che associamo a determinati gruppi di persone.
Pensiamo a espressioni come «i giovani non hanno voglia di lavorare», «le donne sono più portate per le relazioni», «a una certa età è difficile imparare cose nuove».
Sono generalizzazioni che rischiano di farci perdere di vista le persone, le loro capacità e le loro potenzialità. Attraverso la scelta accurata delle parole possiamo invece aprire spazi.
Un ambiente in cui le persone si sentono viste è anche un ambiente in cui ognuno può esprimere meglio le sue potenzialità, è più facile fare domande, condividere idee e collaborare. Insomma, lavorare meglio.
Prendersi cura delle parole e delle persone
Qualche tempo fa ho tenuto un corso per il personale di una RSA che chiamava le persone ospitate nella struttura «residenti». L’avevo trovata una parola bellissima. Molto più bella di ospiti, pazienti o nonnini!
Ma la vera parola chiave su cui avevamo costruito il percorso formativo era la parola «cura». Non soltanto quella rivolta ai residenti, ma anche quella dedicata a chi lavorava nella struttura.
Un concetto che mi è rimasto impresso. Perché per prendersi cura degli altri bisogna anche creare un ambiente in cui chi lavora possa sentirsi ascoltato, rispettato e valorizzato.
E la cura passa anche dalle parole che scegliamo. Possono fare la differenza tra far sentire una persona coinvolta e riconosciuta oppure giudicata ed esclusa.
E non vale soltanto nelle strutture sanitarie. Anche un ufficio, un’azienda o una scuola possono essere luoghi in cui ci si prende cura delle parole e delle relazioni.
Non significa essere sempre d’accordo o evitare i conflitti. Significa poter dire anche cose difficili senza sminuire chi abbiamo davanti.
La qualità delle relazioni non è qualcosa che si aggiunge al lavoro. È parte del lavoro.
Le parole costruiscono mondi
Fare attenzione al linguaggio non vuol dire censurarsi, né arrendersi al famoso «non si può più dire niente!». Vuol dire piuttosto ampliare le possibilità di comunicare e aumentare le probabilità di farsi capire e coinvolgere più persone.
Mi piace parlare di linguaggio ampio: un modo di comunicare che lascia spazio alle persone, senza dare per scontato chi abbiamo davanti e senza rinchiuderle in un’etichetta per colpa di un pregiudizio.
E non è soltanto una questione di maschile e femminile. Proviamo a vedere qualche esempio:
- «Sei invitato alla riunione» può diventare «Ecco il tuo invito alla riunione»
- «I ragazzi del magazzino» può diventare «Il team del magazzino»
- «Non sei portato per questa attività» può diventare «Vediamo insieme quali competenze servono e come puoi svilupparle»
- «È facile, basta fare così!» può diventare «Ti mostro come funziona, poi vediamo se è tutto chiaro»
- «Cerchiamo una ragazza giovane e dinamica per la reception» può diventare «Cerchiamo una persona per il ruolo di receptionist, con buone capacità relazionali»
Che cosa cambia? Nel primo caso rischiamo di dare per scontato qualcosa sulle persone, sulle loro capacità o sulle loro conoscenze. Nel secondo lasciamo aperta una possibilità.
Il linguaggio ampio ci aiuta proprio a fare questo: a non fermarci alla prima impressione, a scoprire talenti che magari non avevamo considerato e a sintonizzarci meglio con chi abbiamo davanti.
Non si tratta di trovare sempre la formula perfetta, ma di avere più possibilità per esprimerci e diventare più consapevoli dell’effetto che le nostre parole possono avere sugli altri.
Le parole contano. Comincia a sceglierle!
Su questi temi ho costruito il webinar «Le parole contano: comunicare con inclusività e rispetto», per Zucchetti Healthcare.
Un incontro per riconoscere stereotipi e automatismi, osservare il linguaggio che utilizziamo ogni giorno e sperimentare modi diversi di comunicare.
Le parole sono i mattoni con cui possiamo costruire questo nuovo spazio da abitare.
Ti aspetto online il 17 novembre 2026, dalle 9.00 alle 11.00.


