
L’intelligenza artificiale è arrivata dappertutto e sta rivoluzionando il modo di lavorare. Non c’è dubbio che stiamo assistendo ad una nuova grande rivoluzione.
In effetti promette velocità, automazione e risparmio di tempo.
E in parte è vero: alcuni strumenti possono davvero alleggerire attività ripetitive, aiutare nella scrittura, sintetizzare informazioni, automatizzare processi.
L’entusiasmo è comprensibile. Io da brava nerd ne sono affascinata. Però, nonostante abbia fatto e continui a fare corsi, ho anche un grande senso di frustrazione perché mi sembra che vada tutto molto più veloce della mia capacità di starci dietro. Quando penso di aver capito come impostare un lavoro, esce un motore più potente, una release rivoluzionaria e vengo presa da una specie di FOMO perché qualsiasi contenuto potrebbe essere scritto un milione di volte in modo diverso. Per non parlare dell’evoluzione, probabilmente la vera rivoluzione, della possibilità di creare Agenti in grado di lavorare direttamente all’interno dei nostri computer.
L’AI non è una scorciatoia immediata
Quello che osservo è che a livello superficiale tutti pensano che l’AI possa alleggerire la nostra giornata, soprattutto per la parte di produzione di contenuti, testo, slide. In realtà, almeno all’inizio, usare bene l’AI richiede parecchio lavoro. Specialmente nella costruzione di Agenti con “skill” personalizzate e plasmate sulle nostre caratteristiche.
Bisogna:
- studiare gli strumenti
- fare prove
- imparare a scrivere richieste efficaci
- verificare le informazioni
- confrontare output diversi
- capire cosa funziona e cosa no
- fare molta chiarezza su cosa si vuole ottenere
Inoltre, mi sembra si confonda la quantità di parole che la AI può produrre e la velocità nel farlo con la qualità dell’output prodotto. Milioni di parole in pochi secondi ma spesso vuote, generiche, fuffose. O come scrive il Papa nell’Enciclica Magnifica Humanitas – Sulla custodia della persona umana
nel tempo dell’intelligenza artificiale: “La velocità e la semplicità con cui è possibile ottenere indicazioni, elaborazioni complesse, contenuti mediatici e forme di assistenza concreta semplificano le nostre vite, ma possono anche abituarci a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività.”
Il rischio dell’appiattimento
In questo momento vedo tanto investimento di tempo e di energia perché siamo in una specie di ubriacatura generale. Però, se osservo i contenuti su Linkedin, per esempio, vedo una grande quantità di contenuti anche fluidi, e apparentemente professionali… ma vuoti e di bassissima qualità. E questo in tanti altri ambiti.
Email tutte uguali che “sperano sempre di trovarti bene”. Presentazioni senz’anima. Testi che scorrono bene ma non lasciano nulla.
L’AI può aiutare tantissimo. Ma può anche appiattire.
E quando tutto inizia a suonare uguale, il valore non sta più nella velocità con cui produci contenuti. Sta nella capacità di portare esperienza, sensibilità, contesto, pensiero critico.
In una parola: umanità.
Hai mai investito lo stesso tempo nelle persone?
Stai investendo così tanto sull’intelligenza artificiale, magari stai facendo corsi e li stai facendo fare alle persone della tua azienda… ma stai investendo anche sull’intelligenza umana?
Quante energie stai dedicando alle persone del tuo team?
A condividere obiettivi in modo chiaro. A formarle davvero.
A farle crescere.
A migliorare la comunicazione.
A costruire autonomia, metodo, capacità di ragionamento.
Perché il rischio è puntare tutto sugli strumenti e dimenticare chi li usa.
Eppure il capitale umano resta il vero valore aggiunto di qualsiasi lavoro.
Sono le persone, infatti, che:
- trasformano un’informazione in una decisione intelligente
- capiscono le sfumature
- costruiscono relazioni di fiducia
- leggono il contesto a 360°
- trovano soluzioni concrete
- danno qualità al lavoro
- navigano nella complessità
- provano empatia (o emozioni in generale)
- scambiano esperienze
L’AI può accelerare un processo.
Ma non può sostituire la presenza, il criterio, l’esperienza condivisa di un team che funziona bene. E sono sempre le persone che scrivono i prompt, che interpretano i risultati ottenuti, che devono sapere cosa produrre e a cosa serve quello che producono.
E poi: cosa faremo del tempo liberato?
Mettiamo anche che l’AI mantenga tutte le promesse. Mettiamo che ci faccia davvero risparmiare tempo. Ma sai già cosa fare di quel tempo libero? Ti serve per lavorare meglio?
Per avere più lucidità?
Per creare spazio mentale?
Per collaborare meglio? Per lavorare meno e avere più tempo libero?
Oppure semplicemente per produrre ancora più contenuti, più velocemente, fino a svuotare completamente il lavoro di significato?
Perché questo è il rischio che vedo:
più velocità, più volume, più automazione, più quantità ma meno pensiero, meno sostanza, meno identità e meno relazioni.
E forse, nel lungo periodo, anche meno motivazione.
La tecnologia come strumento e non come fine
Non voglio dire che non si debba investire tempo ed energia per imparare a lavorare con l’AI come si fa con qualsiasi nuovo strumento. Perché sicuramente è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti.
Ma solo se resta questo: uno strumento.
Le persone continuano a essere il centro del lavoro. La loro capacità di pensare, collaborare, scegliere e creare valore reale.
Perché alla fine non lavoriamo solo per produrre output.
Lavoriamo anche per costruire, o meglio “coltivare”, qualcosa che abbia senso. E questa parte, secondo me, non si può automatizzare.
Stai investendo tantissimo sull’AI.
Ti stai ricordando anche delle persone del tuo team?


