
Questo articolo fa parte della mini rubrica: Storie di ordinaria organizzazione.
Sono un’appassionata di cucina.
Colpa — o merito — di mia madre, che era una cuoca straordinaria. Di quelle che non seguivano le ricette alla lettera, ma sapevano quando era il momento giusto.
Il mio piatto preferito è la carbonara.
Sembra semplice. In realtà è una di quelle cose che, se sbagli un dettaglio, te ne accorgi subito.
Il guanciale deve essere quello giusto: di qualità, con un bel rapporto tra bianco e rosa.
Il pepe rigorosamente fresco, appena macinato.
Il pecorino romano grattugiato al momento, non quello triste delle buste.
La pasta — io amo quella corta — deve tenere la cottura. La pasta scotta, vi prego, no.
La carbonara è buonissima.
Ed è anche molto calorica.
Quindi non è un piatto da tutte le settimane. È più una cosa da momento giusto.
Ed è proprio per questo che, quando entro in mood carbonara, non improvviso.
Comincio prima
Compro il guanciale giusto e lo metto sottovuoto in frigo.
Prendo il pezzo di pecorino della dimensione corretta — non troppo grande, perché so come va a finire.
Mi assicuro di avere il pepe giusto.
Controllo di avere le mezze maniche rigate, Garofalo o La Molisana.
E poi aspetto il vero segnale divino: quando la mia meravigliosa vicina Marisa mi dà le uova fresche delle sue galline.
A quel punto, via.
Ma anche lì, niente corse.
Prima preparo tutto.
Ingredienti pesati.
Fuori dal frigo.
Uova sgusciate e separate.
Guanciale già tagliato.
Strumenti pronti.
Tavolo di lavoro pulito, ordinato, con tutto disposto in sequenza.
Solo quando è tutto al suo posto, butto la pasta e inizio davvero.
Partire dopo, per arrivare prima.
E risparmiando energia.
Per la ricetta, lo dico senza esitazioni: guardate Barbieri. È bravissimo e, guarda caso, sposa esattamente questa filosofia: tutto pronto prima, tutto chiaro, nessuna corsa inutile.
Perché faccio così?
Perché ho imparato una cosa molto semplice:
fare troppe cose tutte insieme mi stanca. E spesso mi confonde.
Se nella stessa giornata devo:
- andare a comprare il guanciale
- ricordarmi del pepe
- non dimenticare il pecorino
- chiedere le uova alla vicina
finisce che mi mangio delle onestissime trenette al pesto.
Non perché non sappia fare la carbonara.
Ma perché il carico è troppo. Col tempo ho capito questo:
quando le cose non sono ordinate e in sequenza, sbaglio.
Mi affatico.
Dimentico pezzi.
E soprattutto perdo il piacere.
E questa cosa -sorpresa- vale anche fuori dalla cucina
Quando devo preparare una presentazione complessa, non parto mai dal “progettone”.
Parto dagli ingredienti.
Prima mi scrivo i concetti chiave. Poi cerco le immagini.
Poi scelgo il layout giusto (ne ho alcuni che uso di default, a seconda del tipo di progetto).
Metto tutto in una cartellina.
E solo dopo inizio a montare.
Risultato?
Sono più veloce.
Mi stanco meno.
La presentazione viene più fluida, più pulita.
E soprattutto smetto di angosciarmi giorni prima.
Qui entra in scena lei: la rana 🐸
Se siete vittime della procrastinazione, probabilmente conoscete l’idea del “mangia la rana”.
Io, nel tempo, ho fatto una piccola modifica:
spacchetto la rana grande in rane più piccole.
Una rana intera spaventa.
Una rana a fettine… beh, è sempre una rana, ma è più gestibile.
Non è questione di essere più disciplinati.
È questione di preparare il terreno.
Quando gli ingredienti sono pronti, il lavoro scorre.
Quando la sequenza è chiara, l’energia basta.
Quando smettiamo di fare tutto insieme, smettiamo anche di scappare.
E alla fine, che sia una carbonara o una presentazione,
la rana si mangia.
E – incredibile – è buona.
Preferisci mangiare la carbonara o la rana?


