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Dedizione, rischio e fallimento: cosa mi ha insegnato “Attraversare i muri”

Marina Abramovic

Ho finito da poco la lettura di Attraversare i muri, l’autobiografia della performance artist Marina Abramović scritta con James Kaplan.

Sono giorni che continuo a ripensarci e, quando qualcosa mi prende così tanto, probabilmente vale la pena condividerla. Ho deciso di scriverne per fissare alcune idee che mi hanno colpita e che voglio ricordarmi in questo anno.

La storia di Abramovic è incredibile: a volte sbalorditiva e assurda, altre volte irritante e disturbante e in alcuni momenti molto divertente. Mi stupisce la sua profonda connessione con se stessa e la capacità di seguire l’istinto anche quando la ragionevolezza la invita a puntare decisamente dall’altra parte.

Questa “presenza” l’ha raggiunta dopo anni di lavoro incessante sul corpo, di allenamento alla concentrazione, alla disciplina e alla resistenza.

Nella prefazione si legge: Spero che questo libro sia di ispirazione e insegni a tutti che non esistono ostacoli insuperabili se si ha forza di volontà e se si ama ciò che si fa.

Quando il tuo scopo è chiaro – dice ancora Abramović – sai anche come attraversare i tuoi muri.

Leggendo, ho sentito che alcune sue parole toccavano temi che vanno oltre l’arte e parlano di vita, di scelte e di energia.
Tra queste, due citazioni in particolare mi hanno fatto riflettere.

La dedizione come forma di conoscenza di sé

La prima citazione è questa:

Per raggiungere un obiettivo, devi dare tutto fino a non avere più nulla. A quel punto l’obiettivo si realizzerà da solo. È molto importante. È il motto di ogni mia performance. Do ogni grammo di energia, e poi le cose succedono, oppure no. Per questo non do retta alle critiche. Mi interessano solo quando so di non avere dato il cento per cento. Ma se do tutto – e a volte do il centodieci per cento – possono dire quello che vogliono.

Questa citazione mi ha fatto ragionare sull’idea di dare il centodieci per cento.

Quindi mi sono chiesta: ma per raggiungere i miei obiettivi ho veramente sempre dato il massimo o addirittura di più?

Posso rispondere con sincerità: certamente no, soprattutto per quelli che non ho raggiunto. Per di più, quello che vedo a posteriori, è che alcuni degli obiettivi che mi ero data non erano veramente miei ed è forse per questo motivo che non ho dato più del massimo per raggiungerli.

Certo, si possono realizzare anche obiettivi che non sono perfettamente allineati a noi, però il costo per raggiungerli può essere molto elevato.

La frase che mi porto a casa da questa riflessione è, parafrasando Abramović, se devo attraversare un muro con tutta la mia dedizione e il mio impegno, è meglio che quel muro sia il mio!

L’ignoto come orizzonte liberatorio

Se il primo passo è chiarire cosa ci appartiene davvero, il passo successivo è imparare a muoverci verso ciò che non conosciamo: l’ignoto, con tutto il suo potenziale di scoperta.

La seconda citazione che mi ha colpito parla di sbilanciamento verso l’inesplorato e di fallimento come parti essenziali del processo creativo:

I fallimenti sono molto importanti. Li trovo sempre molto significativi. Dopo un flop, entro in una profonda depressione in una parte oscura del mio corpo, ma presto torno alla vita, pronta a qualcos’altro. Sono sospettosa degli artisti che hanno sempre e comunque successo; penso che ciò significhi solo che si ripetono e non corrono abbastanza rischi. Se fai esperimenti, è inevitabile sbagliare. Sperimentare significa andare in territori dove non sei mai stato, dove il fallimento è molto probabile. Come fai a sapere che ce la farai? Per prima cosa bisogna avere il coraggio di affrontare l’ignoto. A me piace vivere nelle terre di mezzo, nei posti dove ti lasci alle spalle le comodità della tua casa e delle tue abitudini e ti apri completamente al caso.

La prima cosa che mi attrae di questo passaggio è l’apertura fiduciosa verso spazi di creazione nuovi, dove tutto è ancora da scrivere e da inventare. Mi ricorda che per evolvere bisogna correre qualche rischio invece di avere un atteggiamento troppo prudente e conservatore. Osare permette di liberare energie che sono rimaste intrappolate per troppo tempo.

Attraversare i muri significa anche attraversare le zone di confort e superare le (auto-)narrazioni che ci bloccano e ci lasciano nel recinto del già conosciuto.

E soprattutto continuare a spingersi oltre anche se incontriamo l’errore, la caduta, la perdita di equilibrio.
È da qui che prende forma un’altra dimensione fondamentale del lavoro di Abramović: il fallimento.

Il fallimento come spazio creativo

Il secondo aspetto interessante di questa citazione riguarda il fallimento.

Per Abramović, il fallimento è parte integrante della pratica artistica, un luogo oscuro dove sprofondare e da cui risorgere in una oscillazione tra accettazione e rigenerazione: cadere e rinascere come parte del processo di crescita. Il fallimento in quest’ottica è una soglia di trasformazione. È un altro modo di attraversare l’ignoto e farne materia di crescita.

E tu come stai a dedizione, fallimento e ignoto?

I tre elementi citati da Abramović — dedizione, ignoto e fallimento — si intrecciano come parti di un unico processo di evoluzione.
Fermarsi a riflettere su questi temi e iniziare a guardare la nostra vita attraverso queste lenti è già un modo per iniziare ad attraversare i propri muri e lasciare che qualcosa in noi inizia a muoversi.

Ti invito a farlo proprio ora: scegli un obiettivo che stai inseguendo e chiediti se parla davvero di te, o se risponde a un’idea che ti è stata consegnata da altri.
Guarda poi ai tuoi fallimenti — non come a un ostacolo, ma come a un archivio prezioso di tentativi, di esperimenti, di vita reale.
Infine, prova a restare un momento nell’incertezza dell’ignoto, senza cercare subito una risposta o una soluzione. È spesso lì che si apre lo spazio per il cambiamento autentico.

A volte attraversare i muri è più semplice se non lo facciamo da soli.

Se leggendo queste parole ti è venuto in mente un tuo muro da attraversare, un obiettivo da rivedere o un fallimento da trasformare, possiamo parlarne.

Scrivimi e raccontami cosa hai scoperto: ogni percorso di cambiamento inizia da una buona conversazione.

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